Che cos’è e come orientare l’allenamento
Quando l’architettura cambia, la funzione deve essere rieducata
La lombarizzazione della prima vertebra sacrale è una variante anatomica congenita in cui la vertebra S1 non si fonde completamente con il sacro e mantiene caratteristiche morfologiche simili a quelle di una vertebra lombare. Dal punto di vista strutturale, ciò comporta una alterazione dell’integrità del blocco sacrale, che perde in parte la sua funzione di elemento rigido e unitario deputato alla trasmissione delle forze tra tronco e arti inferiori.
Questa condizione rientra nel gruppo delle Lumbosacral Transitional Vertebrae (LSTV), che comprendono diverse varianti di transizione tra rachide lombare e sacro. La lombarizzazione è meno frequente rispetto alla sacralizzazione di L5, ma può acquisire rilevanza clinica quando associata a dolore lombare o disturbi della regione sacro-iliaca. La letteratura riporta una prevalenza variabile nella popolazione generale e sottolinea come la presenza della variante anatomica non implichi automaticamente sintomatologia, ma possa costituire un fattore predisponente in specifici contesti di carico (Castellvi et al., 1984; Konin & Walz, 2010).
Dal punto di vista biomeccanico, la lombarizzazione coinvolge una delle regioni più critiche dell’asse corporeo: la cerniera lombo-sacrale. Questa zona è progettata per combinare mobilità e stabilità, consentendo il trasferimento efficiente delle forze tra il tronco e il bacino. Quando S1 non partecipa pienamente alla struttura sacrale, si verifica una riduzione della stabilità passiva, con una conseguente redistribuzione dei carichi sui segmenti lombari inferiori e sull’articolazione sacro-iliaca.
Studi morfologici e biomeccanici indicano che questa configurazione può favorire micro-movimenti ripetuti, aumento delle sollecitazioni di taglio e una maggiore richiesta di controllo attivo da parte del sistema neuromuscolare (Mahato, 2011). Non è quindi l’anomalia anatomica in sé a determinare il dolore, ma il mismatch tra carico funzionale e capacità di controllo del sistema.
Dal punto di vista clinico, molti soggetti con lombarizzazione restano asintomatici. Quando il dolore si manifesta, assume frequentemente le caratteristiche di una lombalgia meccanica, con rigidità nella regione lombare bassa, fastidio in area sacro-iliaca e sintomi evocati da carichi prolungati, stazioni erette mantenute o movimenti ripetuti di estensione. Il quadro clinico risulta analogo a quello descritto nella sindrome di Bertolotti, sebbene quest’ultima sia classicamente associata alla sacralizzazione di L5 con formazione di una pseudo-articolazione. Nella lombarizzazione di S1, il meccanismo sintomatologico è simile, pur in assenza della tipica configurazione morfologica della Bertolotti “classica”.
In questo contesto, l’obiettivo dell’allenamento non è correggere l’anomalia anatomica — operazione né possibile né necessaria — ma migliorare la stabilità funzionale della colonna e ridurre la sintomatologia dolorosa. La stabilità non coincide con la rigidità, bensì con la capacità del sistema di controllare il movimento in presenza di una ridotta stabilità passiva.
Il modello di stabilità spinale proposto da Panjabi descrive il rachide come il risultato dell’interazione di tre sottosistemi: passivo (strutture osteo-legamentose), attivo (muscoli) e di controllo (sistema nervoso). Quando l’integrità del sottosistema passivo è compromessa, come nel caso della lombarizzazione, il sistema deve affidarsi in misura maggiore alla stabilità attiva, garantita dal controllo neuromuscolare (Panjabi, 1992).
La letteratura biomeccanica mostra come i movimenti di estensione lombare marcata aumentino i carichi compressivi sulle strutture posteriori e sui segmenti di transizione lombo-sacrali, in particolare quando il tessuto è già sensibilizzato o il controllo neuromuscolare è insufficiente (Adams & Hutton, 1980; Bogduk, 2005; McGill, 2007). In presenza di lombarizzazione, questa condizione assume un rilievo maggiore, poiché l’alterazione dell’integrità del blocco sacrale comporta una maggiore trasmissione delle forze ai segmenti adiacenti e all’articolazione sacro-iliaca.
Allo stesso modo, esercizi che enfatizzano in modo marcato l’attivazione dell’ileo-psoas, soprattutto se associati a posture o movimenti che favoriscono l’antiversione del bacino, possono indurre un aumento della lordosi lombare e delle forze compressive a livello vertebrale. La letteratura anatomica e biomeccanica descrive infatti l’ileo-psoas non solo come flessore dell’anca, ma come un importante modulatore del carico spinale, capace di influenzare la stabilità lombare e la distribuzione delle forze in funzione dell’angolo articolare e del contesto motorio (Bogduk et al., 1992; Barker et al., 2004; Anderson et al., 2012).
Questo non significa “vietare” il movimento, ma contestualizzarlo. Le evidenze cliniche sul dolore lombare convergono nel dimostrare che non esistono esercizi intrinsecamente dannosi, bensì esercizi mal dosati rispetto alla fase clinica e alla capacità del soggetto di mantenere un controllo neutro della cerniera lombo-sacrale. Revisioni sistematiche e linee guida internazionali indicano che la gestione più efficace della lombalgia si basi su una progressione graduale del carico, sulla qualità del movimento e sull’individualizzazione dell’intervento (Hayden et al., 2005; van Tulder et al., 2006; Qaseem et al., 2017).
Il lavoro fisico deve quindi orientarsi verso il potenziamento dei muscoli stabilizzatori profondi della colonna, con particolare attenzione al multifido, muscolo chiave del controllo intersegmentale descritto da Hodges e Richardson, spesso inibito o atrofico in presenza di dolore lombare e instabilità meccanica. Insieme ai muscoli intertrasversari e interspinali, il multifido svolge un ruolo centrale nel garantire una stabilità fine e segmentaria del rachide (Hodges & Richardson, 1996; Richardson et al., 2004).
In presenza di lombarizzazione della prima vertebra sacrale, l’attenzione deve quindi spostarsi dal “cosa evitare” al come e quando proporre il movimento, privilegiando strategie che migliorino il controllo inter-segmentale e la stabilità attiva della colonna. È in questo equilibrio tra carico, controllo e adattamento che l’allenamento diventa realmente terapeutico, consentendo al sistema di compensare una variante anatomica senza trasformarla in una fonte cronica di dolore.
Chi desidera trasformare le informazioni in risultati concreti, può accedere alla Sezione Consulenze e costruire un percorso personalizzato, basato su analisi, metodo ed evidenze scientifiche.

***DIZIONARIO DEL COACH***
Lombarizzazione di S1
Variante anatomica congenita in cui la prima vertebra sacrale non si fonde completamente con il sacro e assume caratteristiche simili a una vertebra lombare, modificando l’architettura della cerniera lombo-sacrale.
Vertebre di transizione lombo-sacrali (LSTV)
Gruppo di varianti anatomiche che interessano il passaggio tra rachide lombare e sacro, includendo sacralizzazione di L5 e lombarizzazione di S1.
Blocco sacrale
Struttura ossea formata dalla fusione delle vertebre sacrali, progettata per funzionare come elemento rigido e unitario nella trasmissione delle forze tra tronco e arti inferiori.
Cerniera lombo-sacrale
Zona di transizione biomeccanica tra colonna lombare e sacro, che deve combinare mobilità e stabilità per gestire carichi elevati.
Stabilità passiva
Contributo alla stabilità della colonna fornito da ossa, dischi e legamenti. Nella lombarizzazione risulta parzialmente ridotta.
Stabilità attiva
Capacità di stabilizzazione fornita dalla muscolatura e dal controllo neuromotorio, fondamentale quando la stabilità passiva è compromessa.
Controllo neuromuscolare
Capacità del sistema nervoso di coordinare l’attivazione muscolare per mantenere allineamento e controllo durante il movimento.
Multifido
Muscolo profondo della colonna vertebrale, essenziale per il controllo intersegmentale. Spesso inibito o atrofico in presenza di lombalgia e instabilità.
Muscoli intersegmentali
Gruppo di piccoli muscoli (interspinali e intertrasversari) che contribuiscono alla stabilità fine dei singoli segmenti vertebrali.
Ileo-psoas
Muscolo flessore dell’anca con un ruolo rilevante nella modulazione del carico lombare; la sua attivazione eccessiva può influenzare la lordosi.
Antiversione del bacino
Rotazione anteriore del bacino che tende ad aumentare la lordosi lombare e le forze compressive sui segmenti inferiori della colonna.
Lordosi lombare
Curvatura fisiologica del tratto lombare. Un aumento marcato può amplificare lo stress meccanico in condizioni di ridotta stabilità.
Estensione lombare forzata
Movimento che incrementa la compressione sulle strutture posteriori della colonna, spesso poco tollerato in presenza di instabilità o dolore.
Progressione del carico
Aumento graduale e controllato dell’intensità e del volume dell’esercizio, adattato alla capacità di controllo del soggetto.
Controllo intersegmentale
Capacità di mantenere stabilità tra singoli segmenti vertebrali durante il movimento, cruciale nella gestione del dolore lombare.
Approccio funzionalista
Modello di intervento che mira a migliorare la funzione e l’adattamento del sistema, piuttosto che correggere l’anatomia.